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Quando ridere a scuola fa bene

Qualche giorno fa mi è capitata una cosa banale ma rivelatrice. Un amico mi ha fatto leggere un articolo che riprendeva ironicamente tutti i partiti uscenti dalle elezioni, usando commenti efficaci, realistici ma estremamente divertenti ed ironici. Ho cominciato a ridere, da sola, e non potendo smettere ho chiamato l’amico che mi aveva mandato il link, e abbiamo riso insieme. Ridevo ancora mentre andavo a lavorare, e quel giorno mi aspettava una situazione abbastanza complicata che normalmente mi mette in uno stato di tensione notevole per tutta la preparazione che mi richiede. Eppure mi sentivo così leggera e aperta che non mi spaventava più quella prospettiva, anzi sono riuscita ad accorgermi di dettagli che avevo trascurato le volte precedenti, e ho colto perfettamente la sintonia con la ragazza con cui dovevo rapportarmi. La seduta è andata benissimo e sia io che lei abbiamo imparato qualcosa da quell’ora insieme.

Allora mi sono tornati alla mente tutti gli articoli, le lezioni in cui ci veniva detto che senza relazione non c’è apprendimento, e che insegnare sorridendo moltiplica la comprensione. Sembra la solita storia dell’importanza della motivazione, in realtà è ben più di questo ed esistono articoli scientifici a riguardo e posizioni molto chiare da parte di esperti degli apprendimenti.

A livello cerebrale ogni volta che impariamo qualcosa che non sapevamo si creano letteralmente delle connessioni nuove tra le cellule del cervello: neuroni che prima non erano collegati tra loro ora lo sono, e la prossima volta che mi troverò davanti ad un’esperienza simile il loro legame si illuminerà, rinforzando la connessione, che diventerà un vero apprendimento registrando la memoria di quel che ho saputo fare o di come ho saputo reagire, o dell’emozione che ho provato. Questo ci permette, a livello di specie, di risparmiare energia e risorse sulle reazioni apprese e di agire più velocemente in risposta ad uno stimolo nuovo. Si chiama, appunto, apprendimento.

Quando leggiamo, o scriviamo numeri o lettere, in una zona della nostra corteccia si attiva una funzione di traduzione dal sonoro allo scritto. Questa funzione, come tutte le altre, a livello biologico corrisponde ancora una volta alla creazione di questo legame tra neuroni. Se al suono “a” associamo la lettera grafica “a”, o al suono “tre” associamo il simbolo grafico “3”, vuol dire che viene tracciata una sola linea di congiunzione tra il suono e il simbolo, una sola linea tra un neurone e un altro. Non abbiamo altra possibilità che scrivere 3, non potremmo scrivere 4. Se però, quando impariamo queste cose (5/6 anni) stiamo vivendo situazioni emotive spiacevoli, siamo esposti a ambienti famigliari o educativi avvilenti, tristi, preoccupanti e ansiosi, può succedere che tra “tre” e 3 si creino tante linee di congiunzione, tanti neuroni si colleghino, e non sappiamo più quale scegliere la prossima volta che sentiamo quella parola.

È come se la nostra mente entrasse in uno stato di imbarazzo, come quello che ci coglie quando altre persone ci guardano fare o dire una cosa: noi sappiamo cosa vogliamo dire, ma nulla esce più dalla nostra bocca e in mente si affollano nubi di punti interrogativi. Questo vuol dire che comunicare senza un supporto emotivo positivo implica non apprendere.

Come detto da esperti del settore, l’apprendimento della matematica si basa su categorie mentali quali spazio, tempo e logica che non possono essere apprese tramite il linguaggio ma vissute col corpo, se no si apprende solo la parte linguistica della disciplina (Giuseppe Pea). Per capire la matematica e non solo, a partire da come scrivere i numeri, è necessario, e non accessorio, che ci sia un ambiente di apprendimento positivo e una comunicazione incentrata su un tono emotivo positivo. Questo è benzina per il cervello.

Volete scoprire come rendere la matematica una materia giocosa e divertente per i vostri bambini? Leggete l’articolo di Ramona Pagnottaro al riguardo!

Vivere con il corpo i concetti permette di rappresentarseli ed avere un’immagine mentale di essi. Se qualcuno te li insegna sorridendo, sta trasmettendo al tuo cervello il messaggio che lo puoi fare, che è bello farlo, e che lo stai capendo, e ti sta permettendo di apprendere in modo efficace e duraturo. Per vivere e capire la matematica è fondamentale poter: agire, sbagliare, risolvere. Non è efficace quindi mettere i bambini davanti a testi, regole, esercizi che esprimono con le parole (e senza neanche un tono) concetti che non si sono sperimentati. È efficace porre i bambini davanti a situazioni con limiti e caratteristiche che richiedono loro di inventarsi un atto motorio e cognitivo nuovo per risolverli. Agire e sperimentare una disciplina nella pratica del suo insegnamento permette di entrare in una dimensione in cui insegnanti e bambini sono attori coprotagonisti di una situazione e dove è più facile attivare le proprie risorse, rendersi conto che servono a qualcosa, e partecipare della felicità della sperimentazione. L’insegnamento tradizionale, frontale, linguistico, magari condito da un tono di voce basso, deprimente, distaccato, o anche solo neutro, non fornisce al nostro cervello nessuna ragione valida per investire in un qualsivoglia apprendimento, come un fuoco senza ossigeno.

Ramona Pagnottaro
Psicologa degli apprendimenti

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