L’anno scolastico è appena iniziato e la counseling di Parmakids, la dott.ssa Giovanna Rodolfi, ci regala una riflessione per tutti coloro che partecipano al grande progetto dell’educare i bambini e i ragazzi! Parte dalle parole di un grande pensatore del secolo scorso, Pier Paolo Paolini, che vi invitiamo a leggere con attenzione e che riguarda un tema cruciale per tutti gli studenti, quello della “sconfitta” e della costruzione dell’autostima.
Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati.
A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare per primo. In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare.
A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. È un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco. (Pier Paolo Pasolini)
Vorrei dedicare queste parole – ci spiega Giovanna Rodolfi – a tutti coloro che partecipano al grande progetto dell’educare i bambini e i ragazzi, in occasione dell’inizio di questo nuovo anno scolastico. Penso che sia un brano talmente importante e potente che non ha bisogno di essere commentato, ma mi permetto un paio di annotazioni, molto marginali, con cui spero di non banalizzare troppo un pensiero così alto.
Quando l’ho letto, sono rimasta letteralmente fulminata dalla prima frase. Mi spiego. I più illuminati di noi sono senz’altro d’accordo sull’opportunità di insegnare ai bambini che si può cadere, si può perdere, si può sbagliare. Insegnare ad accettare la sconfitta, si dice.
‘Hai sbagliato, ma sei bravo lo stesso. Ti voglio bene lo stesso’. Comunque. Nonostante il tuo errore. Andiamo avanti, non è successo niente. Qui la prospettiva è diversa in modo rivoluzionario: ‘Hai sbagliato e io proprio per questo ti voglio bene ancora di più’. Perché sei caduto, non nonostante tu sia caduto. Non andiamo oltre, non facciamo finta che non sia successo niente, non sorvoliamo, ma accogliamo la tua fragilità, le diamo il benvenuto, la guardiamo dritta negli occhi in tutta la sua bellezza e poesia. E lasciamo che ci insegni tutto quello che può.
La sconfitta come accadimento inevitabile si trasforma in sconfitta come valore e, come tale, non deve essere accettata, ma ascoltata con attenzione e riconosciuta con rispetto. La sconfitta è un’occasione di verità. E non c’è nulla che insegni parlando all’anima e alla mente come la verità. E che ci renda irresistibilmente liberi.
Penso a un bambino capace di darsi il permesso di essere se stesso, non perché abbia imparato ad accettarsi, ma perché non si sia mai neanche posto il problema di doverlo fare. Penso a un bambino che non sia costretto a chissà quali percorsi mentali da adulto per sentirsi adeguato, per andare bene, per essere adatto, ma che possa dedicare le sue energie intatte e meravigliosamente potenti a sentire, guardare, imparare, appassionarsi.
Penso a un bambino che possa ascoltare ed esprimere le proprie emozioni, buone o cattive, piacevoli o dolorose, così come sono e come gli arrivano dentro, confidando che i suoi adulti le accoglieranno senza giudicarle e le proteggeranno come cristalli delicati e preziosi. Penso a un bambino leggero. Che non deve sforzarsi di essere contento di se stesso. Che si vuole bene.
Il problema che mi trovo ad affrontare nel mio lavoro con una frequenza che cresce in modo esponenziale, non è la difficoltà di apprendimento, o di attenzione, o di scarsa motivazione. È la mancanza di autostima.
E non mi riferisco solo agli adolescenti, le cui metamorfosi fisiche e mentali inducono naturalmente a una ridefinizione spesso radicale del proprio sé e dei rapporti con gli altri e con la realtà. Parlo di bambini, anche molto piccoli. ‘È insicuro, ha poca fiducia in se stesso. Non crede in quello che fa. Abbandona il compito alla prima difficoltà. Dice la maestra che ha una bassa autostima’. A sei anni…? Sarà il caso di farsi un paio di domande, tra noi adulti?
‘Eppure noi glielo diciamo sempre: se prendi un brutto voto, pazienza, non succede niente. L’importante è che ci metta l’impegno’. Appunto. È quel ‘pazienza’ che sbriciola l’autostima. È come dire: ‘Se sbagli ci deludi, ma siamo talmente bravi, noi, che siamo in grado di sopportarlo’. L’accettazione della sconfitta non è un aiuto per il bambino, è un elogio per i genitori, per la loro generosità che schiaccia, che lo fa sentire piccolo, inadeguato, colpevole. E la sconfitta non ha nessun valore, nessuna possibilità di dire delle cose e di insegnare. Ad essere umani, soprattutto. Divinamente fallibili.
Penso che questo regalo di Pasolini, uno dei tanti che per fortuna ci ha lasciato, meriti di essere letto permettendo ad ogni parola di passarci attraverso e di fare il suo lavoro dentro di noi, con tutto il tempo che serve, perché la bellezza e la profondità delle idee facciano frutto.
Io ne sottolineo solo una, con cui mi piace concludere questo commento senza pretese: la volgarità. Pasolini parla di ‘mondo di vincitori volgari e disonesti’. È straordinario. Soprattutto se pensiamo quanto i nostri giorni siano pieni di piccoli gesti di disonestà, di sotterfugi banali, di truffe di piccolo cabotaggio, e di quanto questi comportamenti siano diventati nel tempo non solo accettabili, ma connotati sempre più come sinonimo di furbizia e non di disonestà. Ovviamente non mi riferisco a fatti eclatanti, ma a sottili incursioni al di là della lealtà e del rispetto di se stessi apparentemente insignificanti che contagiano i bambini perché vissute come lecite dagli adulti.
Perché devo leggere il libro che ho per compito? Tanto c’è il riassunto in Internet. Domani entro alla seconda ora, così non mi interroga. Domani il papà mi viene a prendere alle 11 così non faccio la verifica. Stamattina l’ho tenuto a casa perché aveva sonno. Signora maestra, oggi il bambino non ha i compiti perché siamo andati a un matrimonio. Certo, lui non ha voglia di far niente, ma la maestra non capisce niente. Potrei andare avanti per ore. Tutti rimproveriamo i bambini quando dicono le parolacce. ‘Non capisco dove può averle imparate…’.
Purtroppo non riusciamo più a cogliere la volgarità di questi atteggiamenti, della necessità che lega indissolubilmente adulti e bambini di ‘fare i fenomeni’, come diremmo oggi con una terminologia che farebbe inorridire l’eleganza ineffabile di Pasolini, ma che rende l’idea. Siamo in imbarazzo se il bambino fa un gesto volgare in presenza di un adulto, ci sentiamo chiamati in causa e valutati come educatori scadenti. Perché di fronte a questi insulti alla dignità, personale prima che altrui, restiamo indifferenti o addirittura li guardiamo con una certa, impercettibile soddisfazione?Non c’entra la morale o, ancor meno, l’elogio di un antico, presunto amore per la disciplina. Non è un invito a stringere le maglie del proprio approccio educativo. Semmai è una preghiera a liberarsene. Perché un bambino libero di essere se stesso è un bambino vero.
Un bambino che non vive come un dovere primeggiare a scuola, essere il leader della squadra, ballare come l’erede di Carla Fracci, essere il più bello del reame, essere la più bella del reame, essere il più furbo del mondo, quello che ‘mio figlio non lo frega nessuno’, è un bambino leggero. È un bambino. Quanto di più poetico e meno volgare ci sia in questo mondo.
È suggestiva l’idea che Pasolini alla fine sia felice della possibilità di riconciliarsi col suo ‘sacro poco’. Suggestiva e sconvolgente. Sarebbe bello che questo brano fosse condiviso con i bambini. Credo che sia una lezione fondamentale far vedere come un genio assoluto riconosca e accolga con gioia e tenerezza la propria fragilità come una parte amica, forse la più bella e importante.
Pasolini non la nasconde, non la tollera: l’abbraccia. E se l’ha fatto lui, dall’altezza vertiginosa del suo essere unico e immenso, forse possiamo provarci anche noi, con noi stessi e con i nostri bambini. Azzardo uno slogan come viatico per iniziare il nuovo anno: ‘Da fenomeno a bambino’. Che ne dite?
Per consulenzeStudio DiSegni


