Possiamo essere genitori, nonni, zii, educatori, insegnanti o altro. Prima di tutto però siamo persone e il primo diritto/dovere nei confronti di noi stessi, ma anche nei confronti di chi divide la vita con noi, siano essi altri adulti o i nostri bambini, è occuparci del nostro benessere. Cosa vuol dire questo? Lo abbiamo chiesto alla psicologa e psicoterapeuta di ParmaKids, la Dottoressa Ilaria Baldini! Ecco qui di seguito l’articolo che ha scritto per noi!
La parola benessere deriva da ben- essere, ovvero “esistere bene” o “star bene”. Se io chiedessi ad ognuno di voi “cosa ti far stare bene?”, probabilmente avrei indicazioni rispetto al vostro stato di salute, alla vostra realizzazione lavorativa e allo stato emotivo del vostro stare in famiglia e con le persone a cui volete bene.
Come psicoterapeuta faccio spesso questa domanda ai miei pazienti, soprattutto ai miei piccoli pazienti, quelli che riescono sempre a darmi le risposte più vere, autentiche e di cuore, quelli che non filtrano mai le risposte in base a cosa pensano sia giusto rispondere o in base a ciò che dovrebbero dire. Ecco che i miei bambini mi suggeriscono la prima pillola di benessere psicologico: proviamo ad uscire dal senso del dovere, dal “doverismo emotivo” come lo chiamo io per provare semplicemente a stare. Stare in contatto con le nostre emozioni, con chi siamo veramente e con ciò che vorremmo per star bene.
Certo esprimere noi stessi senza filtri aumenta il rischio di non piacere a qualcuno, di concentrare l’attenzione su di noi, di rispondere abilmente alle scelte che dobbiamo fare, ma ciò che veramente fa la differenza è la possibilità di sentirsi liberi di essere ciò che siamo. Essere ciò che siamo in ogni contesto della nostra vita non è facile, ma credo sia l’unica cosa che ci permetta di far emergere dallo sfondo un bisogno, riconoscerlo, dargli un nome e mobilitare l’energia e la volontà per soddisfarlo.
Ed eccomi servita la seconda pillola: star bene significa riconoscere i nostri bisogni e mobilitarci per soddisfarli. Questo non ha niente a che fare con l’egoismo o l’essere troppo concentrati su di sé. Ha a che fare con il tempo che ci dedichiamo, gli spazi condivisi con chi amiamo, e anche lo stare da soli quando è necessario. Nessuno dovrebbe sentirsi mai in colpa se riesce a fare queste cose. Credo fermamente che più siamo in contatto con la nostra vera essenza più le nostre relazioni saranno appaganti, vere e profonde.
Eppure mi capita spesso di affrontare in terapia il senso di colpa, quello legato alla sensazione di “togliere tempo” o quello più intimo di sentirsi sbagliati nel mettere se stesso prima degli altri. Io non credo che ci si possa mettere davanti o dietro qualcuno, ma sostengo la possibilità che ognuno di noi scelga di mettersi al centro della propria vita e circondarsi di persone importanti che scegliamo di tenerci vicino, ma sempre nell’ottica di noi stessi. Possedere un atteggiamento positivo nei confronti di noi stessi significa crescere, muoverci, essere consapevoli delle nostre forze e dei nostri punti deboli, quelli che dobbiamo da una parte coltivare, dall’altra migliorare.
Ed ecco che la terza pillola di benessere ha subito a che fare con la crescita personale, con la spinta motivazionale che ci spinge ad aprirci a nuove esperienze, a nuove conoscenze. Ma soprattutto a cercare continuamente di realizzare il nostro potenziale, inteso sia come autorealizzazione sia come ricerca di relazioni positive.
L’appagamento dato dalle nostre relazioni positive ha a che fare con la nostra quarta pillola di benessere, che a sua volta comprende ricerca di affetto, intimità ed empatia, ricerca continua di amore, sostegno e accudimento, intese quest’ultime come scambi reciproci in cui il benessere psicologico sarà dato dal giusto equilibrio tra dare e ricevere, tra esserci e poterci allontanare l’uno dall’altro senza farci del male.
Spesso nel mio lavoro incontro madri e padri in crisi, con la sensazione di aver perso parte della loro identità personale a favore di quella genitoriale e che mi chiedono come potersi dedicare un tempo e uno spazio senza che la sensazione di “non mettere al centro della loro vita i figli” li faccia sentire cattivi genitori. Questo vissuto che ha molto di emotivo e culturale, spesso si porta dietro una sofferenza pazzesca legata a quel senso di colpa di cui parlavamo prima. Essere al centro della propria vita, uscire ogni tanto dalla stanza dei giochi e andare nel mondo, altrove rispetto ai propri figli, per esaudire il desiderio di essere un individuo. Un persona che ha bisogno di sentirsi autorealizzata per poter essere felice. E questo fa bene all’adulto ma aiuta a “star bene” anche il bambino, che sente più di chiunque altro la positività dell’avere uno spazio condiviso di ascolto e accoglienza. Questo è in grado di produrre un forte senso di sicurezza, ma anche un tempo in cui ognuno dedica a sé la piacevolezza del distacco e dell’esplorazione. Solo distacco ed esplorazione possono dare il senso di auto efficacia e di appartenenza al mondo sociale delle relazioni tutte, quelle con i genitori ma anche con gli amici, i nonni, ecc.
Il movimento dall’interno verso l’esterno e viceversa permette ad ognuno di noi di sperimentare se stesso nel mondo, di esperire nuovi modi di relazionarci con l’altro. Ci permette di conoscere l’empatia e sviluppare la nostra identità, qualunque essa sia. E allora chiudo con l’ultima pillola di benessere che mi arriva direttamente da uno dei miei piccoli pazienti, al quale ho chiesto poco tempo fa: “cosa ti farebbe stare bene adesso?”. E lui, con la saggezza dei suoi 7, anni mi ha risposto: “non vergognarmi di provare le mie emozioni, di essere come sono”. Provare le mie emozioni, essere come sono e, aggiungo io, sentirsi sempre speciale per qualcosa, qualunque cosa sia.
Ilaria Baldini
Psicologa e psicoterapeuta


