‘The banana is on the table, and the cat is under the table’… vi fa venire in mente qualcosa? Forse non si tratta di ricordi particolarmente piacevoli! Se il parlare è innato per l’uomo, altrettanto non si può dire della capacità di esprimersi in una seconda lingua, almeno per la maggior parte degli individui che non sono nati in un ambiente bilingue.
L’apprendimento scolastico di una L2 (l’inglese, per lo più) si identifica spesso con conversazioni forzate e parole ostiche da pronunciare, liste di vocaboli con un’ortografia complessa (ahimè, completamente diversa da quella dell’italiano), paradigmi di verbi da imparare a memoria… per alcuni insomma una tortura!!
Tuttavia, in una società sempre più globalizzata e multiculturale, la conoscenza di una lingua straniera è ritenuta fondamentale per la futura riuscita professionale e sociale (inviereste un curriculum con la sezione ‘Lingue straniere conosciute: nessuna’?). Legittimo dunque chiedersi quale sia il modo più efficace per facilitare ai nostri figli l’apprendimento della seconda lingua: iniziare già dalla scuola materna? O ancora prima, magari con una baby-sitter madrelingua? Scegliere una scuola che preveda l’insegnamento di alcune materie in inglese?
L’iniziare precocemente appare come una strada valida per arrivare ad una buona competenza e anche lo Stato sembra di questo parere: a partire dal 2003 in Italia, come nella maggioranza dei paesi della Comunità Europea, la legge stabilisce l’obbligatorietà dell’insegnamento di una prima lingua straniera tra i 6 e i 7 anni, dunque fin dall’inizio della scuola primaria. Peccato, però, che nell’organizzazione della giornata scolastica il numero di ore dedicate alle lingue straniere superi di rado il 5-10% dell’orario complessivo…
Gli argomenti a favore di un insegnamento precoce fanno spesso riferimento alle ricerche sull’acquisizione della prima lingua: è noto che quando non vi è stata un’esposizione alla lingua dalla nascita (come nei casi di sordità, lesioni cerebrali o isolamento sociale) è comunque possibile acquisire il linguaggio, ma a condizione che l’esposizione avvenga entro un certo limite di tempo, da alcuni fissato intorno ai 6-8 anni, da altri ancora prima. Oltre, non è più possibile l’apprendimento completo della lingua.
A sostegno di una didattica precoce viene anche citata la plasticità cerebrale dei bambini, ad esempio nei casi dei figli di coppie bilingui, i quali imparano senza fatica entrambe le lingue dei genitori. La risonanza magnetica funzionale ha mostrato che nei soggetti bilingui dalla nascita l’utilizzo delle due lingue coinvolge le stesse regioni cerebrali, mentre più l’apprendimento è tardivo, maggiore è la separazione tra le zone cerebrali attivate durante l’utilizzo della L1 e della L2 (per ulteriori dettagli sulle tecniche di neuroimmagine potete leggere anche l’articolo ‘Tra neuroscienze e apprendimento: come funziona il cervello che impara’).
Le considerazioni precedenti riguardano però l’acquisizione della lingua in situazione naturale, con un’esposizione massiva e ottimale, in condizioni che hanno poco in comune con l’apprendimento in ambiente scolastico, per poche ore alla settimana e in un contesto artificiale. Non sembra certo ragionevole applicare le stesse conclusioni nei due casi… E’ dunque provato che sia preferibile apprendere la seconda lingua il prima possibile? Serve veramente a qualcosa l’insegnamento scolastico precoce?
Per rispondere a queste domande dobbiamo prima di tutto ridimensionare le aspettative, tenendo presente laDIFFERENZA TRA BILINGUISMO E APPRENDIMENTO SCOLASTICO: non è realistico pensare che le ricadute positive di un insegnamento limitato a qualche ora a settimana siano confrontabili con quelle di una ‘full immersion’ quotidiana.
In secondo luogo, è fondamentale privilegiare le attività che riguardano la sensibilità ai suoni tipici della L2. Numerose ricerche compiute su bambini di pochi mesi di età dimostrano che la capacità di percepire, discriminare (e dunque riuscire poi a riprodurre) correttamente i suoni tipici di una seconda lingua diminuisce progressivamente in funzione dell’età, fino a dar luogo a una ‘sordità’ ai suoni assenti nella fonologia della lingua madre. Per inciso, quanti di noi riescono a sentire la differenza di pronuncia tra ‘bed’ (letto) e ‘bad’ (cattivo)?
Ne consegue la necessità di una formazione adeguata per gli insegnanti, che devono essere in grado di abituare l’orecchio dei bambini alla distinzione tra i suoni e alla ‘musica’ della lingua straniera. Come dice Erik Orsenna, nel libro ‘La grammatica è una canzone dolce’, “Le parole sono come le note. Non basta metterle insieme. La musica ha bisogno di solfeggio, così come la parola ha bisogno di grammatica”. La grammatica di cui parla l’autore non è “l’orrore delle coniugazioni, la tortura degli esercizi, le infernali proposizioni ipotetiche…” bensì il potere magico della musica che accompagna i bambini alla scoperta di un nuovo modo di vedere le regole di costruzione della lingua (se avete figli che detestano gli esercizi di grammatica, vi invito caldamente a leggere con loro questo poetico racconto).
In definitiva, per aiutare i nostri figli a diventare competenti in una seconda lingua è sicuramente utile iniziare il prima possibile, dando priorità all’orale (in quest’ottica un’insegnante madrelingua rappresenta senza dubbio una condizione favorevole), senza però aspettarsi che l’insegnamento precoce possa rendere i bambini bilingui, come accadrebbe se vivessero in un ambiente in cui i genitori parlano ognuno una lingua diversa.
Aggiungo qualche ulteriore informazione, che riguarda i ragazzi più grandi: dal 2010 il Ministero dell’Istruzione ha previsto che nelle classi quinte dei licei e degli istituti tecnici una materia a scelta venga insegnata nella lingua straniera studiata fino a quel momento (ad esempio storia, matematica o chimica in lingua inglese): si tratta del CLIL (acronimo di Content and Language Integrated Learning), una pedagogia ‘immersiva’, proposta già a partire dagli anni 1990 dalla Commissione Europea, in cui la lingua straniera è allo stesso tempo oggetto e veicolo di insegnamento.
I risultati delle ricerche in cui è stato confrontato l’apprendimento in classi con e senza approccio CLIL hanno mostrato che la competenza nella L2 degli studenti con metodo CLIL risulta migliore nel vocabolario ricettivo e espressivo, nella produzione scritta e anche nell’esposizione orale.
E per quanto concerne i contenuti della materia insegnata nella L2? Sembra legittimo il timore che l’insegnante sia costretto a semplificare il corso per adattarlo al livello di comprensione degli studenti nella L2…
I pareri degli specialisti in questo caso non sono univoci. Uno studio comparativo condotto da autori tedeschi sull’insegnamento della matematica in inglese indica delle performances migliori negli studenti CLIL: i ricercatori sostengono che la difficoltà linguistica non induce l’abbandono del compito ma stimola un’attività mentale più intensa al fine di costruire la conoscenza. Altri studi sono più scettici riguardo ai benefici del CLIL (da alcuni ritenuto un ‘articolo di marketing’ per attrarre studenti) e il dibattito tra i sostenitori dell’una e dell’altra tesi è tuttora in corso. Sicuramente l’approccio CLIL offre agli studenti un’opportunità per beneficiare di una maggiore esposizione alla L2 e per utilizzare direttamente le competenze acquisite nel corso degli studi, non solo a posteriori, una volta usciti dalla scuola.
Queste riflessioni ci mostrano quanto il cammino da percorrere per scoprire il metodo ‘miracoloso’ per imparare una lingua (ammesso che ne esista uno!) sia lungo e intricato: le conoscenze sul funzionamento del cervello stanno avanzando a gran velocità, ma la complessità dei meccanismi in gioco fa sì che le implicazioni delle neuroscienze siano ancora lontane dal fornire indicazioni evidenti e univoche.
Con accortezza, Erik Orsenna ci aveva messo in guardia: “Ci imbarchiamo nelle parole o sul mare. Davanti a noi, gli orizzonti misteriosi”.
Se ho stimolato la vostra curiosità e avete delle domande su questo tema, scrivetemi all’indirizzo irene.spolveri@parmakids.it e sarò felice di rispondervi!

