Associazione ParmaKids

Bambini a scuola a 5 anni e mezzo?

L’anticipo scolastico è stato introdotto con la legge 53/2003, che ha ridisegnato il sistema dell’istruzione, dalla scuola dell’infanzia fino alle scuole superiori.

Lanticipo scolastico è stato all’inizio erroneamente confuso da molti genitori con la famigerata “Primina”, che esisteva già prima dell’introduzione dell’iscrizione anticipata ed era, ed è, invece, la possibilità di anticipare di un anno il percorso della scuola primaria, cominciando però direttamente dalla classe seconda, previo il superamento di un esame di idoneità. 

In entrambi i casi i genitori possono decidere sull’opportunità, di accelerare sul percorso scolastico dei propri figli.

Molti, comunque, dovrebbero essere gli interrogativi che i genitori dovrebbero porsi:

  • Mio figlio è pronto ad essere iscritto alla scuola elementare?
  • È giusto stimolare il suo apprendimento per accelerare l’ingresso a scuola?
  • Non si corre il rischio di stressare troppo i bambini?
  • Andare a scuola, prima del tempo, è un bene per il mio bambino oppure accelerare le tappe può interferire con un sano e naturale sviluppo emotivo e cognitivo?

Secondo me la scelta migliore va fatta seguendo le inclinazioni del bambino e, soprattutto, le indicazioni delle maestre della scuola materna che sapranno sicuramente consigliare al meglio i genitori.

Il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria comporta diversi cambiamenti per i bambini che passano da un ambiente giocoso e rilassato ad uno pieno di doveri e regole: dover restare seduti nel banco per diverse ore, scrivere, leggere, imparare formule e nozioni. Tutte cose che, se il bambino non è pronto a recepire, se non è fisicamente e mentalmente maturo per apprendere, potrebbero compromettere il suo rendimento futuro. È stato inoltre scientificamente provato che i bambini più grandi sono maggiormente predisposti all’apprendimento rispetto a quelli più piccoli, anche se di pochi mesi e che il carico lavorativo che i bambini devono sostenere nell’apprendimento varia da soggetto a soggetto, aumentando però nei più piccolini.

Molti esperti e studiosi assolutamente sconsigliano di anticipare i tempi, togliendo spazio al gioco che è fondamentale per la crescita dei bambini: aspetto messo in evidenza, per esempio, da un’indagine curata dalla Cambridge University, secondo la quale i bambini hanno il diritto di essere bambini e di giocare. Quindi, perché anticipare l’educazione formale prima dei sei anni?

Altri sostengono il contrario e ritengono che l’anticipo scolastico sia un modo per stimolare ulteriormente l’intelligenza dei bambini, in quanto oggi essi ricevono tanti stimoli, molto più che in passato, sia dai mass media sia dalla famiglia. Stimoli che favoriscono una maggiore rapidità di apprendimento, per cui questi esperti pensano che non ci siano controindicazioni, fermo restando che l’offerta didattica sia tale da poter intercettare i bisogni dei bambini anticipatari.

Personalmente, non sono per l’accelerazione a tutti i costi, perché sono convinta e perchè l’ho provato quotidianamente nei miei anni di insegnamento, che i bambini imparino molto di più se vengono rispettati i loro tempi, i loro ritmi, i loro reali bisogni. I tempi di concentrazione, per esempio, aumentano via via che si cresce, quindi chi è più grande, anche solo di sei-otto mesi, riesce a portare a termine un compito con minore fatica e ha un controllo maggiore dell’emotività.

Credo sia fondamentale ricordare a tutti che lasciare il proprio figlio un anno in più nella scuola materna non è “perdere tempo”. Il filosofo e pedagogista Jean-Jacques Rousseau, sottolineava l’importanza del “perdere tempo” per i bambini, perché il tempo che il bambino ha a disposizione per giocare e muoversi liberamente è un tempo utile e necessario per crescere e apprendere. Il bambino, infatti, ha bisogno di spazi di libertà, sia fisica sia intellettuale, per sviluppare sicurezza di sé, scoprire, immaginare e socializzare con i suoi pari.

Ogni bambino, durante il suo sviluppo, attraversa una serie di fasi evolutive (Piaget) e ogni fase ha una sua strutturazione che la rende diversa da quella precedente. Queste fasi vanno rispettate. I tempi del bambino vanno rispettati. A cinque anni il bambino è ancora fragile e ancora teso tutto verso il gioco. Impara, sbaglia e cresce giocando. Il gioco è un momento fondamentale per lo sviluppo emotivo e intellettivo del bambino stesso, un passaggio indispensabile prima di arrivare sui banchi e nella scuola dell’infanzia.

A cinque anni si può già essere in grado di leggere e scrivere (per la verità, io ho constatato che pochissimi lo sono, ma lasciamo perdere, perché è un’ esperienza sempre individuale, anche se più che trentennale e con classi numerosissime!), ma non si dovrebbe essere spinti dal mondo adulto ad un apprendimento forzato di strumentalità volte alla lettura, alla scrittura e al far di conto, quando ci sarebbe bisogno di altre attività “scatenanti” come l’espressione del sé, per vie che la scuola dell’infanzia è magicamente in grado di organizzare e concretizzare. Un bimbo di cinque anni e mezzo può essere intelligentissimo, ma non riuscire a star fermo e a concentrarsi per i tempi richiesti attualmente dalla scuola elementare

Come insegnante ho sempre difeso il naturale evolversi dei tempi e delle diverse fasi evolutive del bambino, che, in quanto innanzitutto essere umano, va rispettato in ciò che è e può fare a seconda dell’età e della tappa di sviluppo in cui si trova.
Invece sento sempre di più intorno a me una sorta di “fretta” e “urgenza” che conduce ad anticipare ogni cosa, come se si dovesse raggiungere “tutto” il prima possibile.
Per i bambini, ogni singolo giorno e mese di crescita, contano veramente tanto a livello di sviluppo fisico e psicologico, ogni fase ha delle tappe che devono, a mio avviso, essere rispettate nei loro tempi.
Invece, sempre di più, urge che questi nostri piccoletti sappiano: contare il primo possibile, riconoscere le letterine, saper scrivere il loro nome sempre ad età più precoci…
E molti genitori tendono ad accelerare queste nuove acquisizioni come se fossero dei trofei da esibire in una sorta di competizione del “bambino più precoce e geniale”.
Non mi stupisco più ormai quando sento le mamme confrontarsi con orgoglio e dire: “Sai, il mio già sa contare fino a 100!” (e magari ha ancora 3 anni…) e l’altra: “Il mio invece già sa dire alcune paroline in inglese!”
Ecco, sono queste le “accelerazioni” di cui parlavo sopra…
Ricordiamoci, allora, che i bambini sono bambini e che, a prescindere dalla legge:

  • la vita non è una gara a chi arriva primo e i nostri figli non sono trofei;
  • dobbiamo prima di tutto augurarci che i nostri figli siano sereni e non che diventino geni precoci;
  • ogni bambino ha i suoi tempi, che vanno rispettati, e non si devono né possono fare paragoni;
  • il gioco è il “lavoro” dei piccoli, perciò non va sottovalutato, né considerato una perdita di tempo, perché, anzi, è un diritto.

Non dimentichiamoci che i bambini hanno il diritto di essere bambini, e spesso i genitori proiettano su di loro i propri desideri, le proprie aspettative, perdendo la capacità di guardarli così come sono, e di amarli per quel che sono: incapaci, introversi, immaturi.

Cresceranno e prenderanno una strada che noi possiamo solo immaginare, ma il loro futuro è un disegno più grande di noi, sul quale dobbiamo sperare di interferire nel modo migliore possibile. Ed è in questa direzione che deve andare il nostro sforzo, non in quella dei nostri desideri e dei nostri progetti.

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