Da circa dieci giorni le immagini della tv proiettano una guerra che sembra a noi e ai nostri figli vicina, troppo vicina ed è praticamente impossibile proteggerli del tutto da questi racconti a tratti anche molto espliciti, cruenti, e ciò che ci chiediamo è: fino a che punto dobbiamo proteggere i bambini dai racconti della guerra? Che cosa dobbiamo raccontare loro che non agisca ancora di più sulla loro paura? Lo abbiamo chiesto alla psicoterapeuta Ilaria Baldini, esperta di ParmaKids, cui spesso ci rivolgiamo per fornire ai genitori che ci seguono risposte su temi di attualità che riguardano il rapporto genitori-figli.

Ogni volta che viviamo un evento imprevisto di tipo spiacevole, così com’è stato anche per la pandemia del Covid, ci chiediamo come raccontarlo ai bambini, come e cosa dir loro, proviamo allora a dare risposta a queste nostre domande attraverso il porre attenzione ad alcune parole, perché le parole sono importanti… “Che sta succedendo mamma? Come mai quelle bombe sui palazzi dove abitano le persone? Perché fanno questa guerra e potrebbe arrivare anche qui, da noi? E cosa facciamo se arriva?” queste sono solo alcune domande che i nostri bambini ci stanno facendo in questi giorni, domande a cui non è facile rispondere perché quello che ruota attorno ad una guerra fa paura a tutti, anche a noi adulti. È proprio così, la guerra come ogni evento drammatico (un lutto, una separazione) disorienta incutendo tristezza e paura; questo è il primo pensiero su cui riflettere prima di parlare con i bambini, perché stare in contatto in modo autentico con le nostre EMOZIONI, con il nostro sentire ci permette di per dare valore anche al loro. Prima di confrontarci con i bambini prendiamoci un tempo per pensare a cosa vogliamo dir loro, a quale messaggio vogliamo veicolare e pensiamo sempre a chi abbiamo di fronte. Non dobbiamo anticipare per ansia domande che il bambino ancora non si è posto, né raccontare particolari eccessivi rispetto alle sue curiosità e alle sue capacità di elaborare dal punto di vista cognitivo ciò che gli diciamo, la prima cosa che dobbiamo fare è dunque metterci in una posizione di ASCOLTO.
Quando parliamo di guerra noi adulti abbiamo tante informazioni nella mente che dobbiamo selezionare in funzione di ciò che interessa davvero ai bambini, ascoltare in maniera attiva le loro domande è dunque il primo passo, rispondere a ciò che veramente ci stanno chiedendo. La complessità delle loro domande è generalmente proporzionale alla loro età, ma non è detto, spesso i bambini piccoli ci spiazzano con domande che ci sembrano da grandi e i grandi fanno domande semplici e dirette. La cosa più frustrante (per tutti e quindi anche per i bambini!) è non ricevere risposta ad una domanda, il modo peggiore di dare una RISPOSTA è non darla.

Ogni volta che non riceviamo l’informazione che chiediamo la nostra mente cerca risposte in maniera autonoma e queste possono contenere fantasie bizzarre e più catastrofiche della realtà non detta. Quindi la risposta è sì, dobbiamo rispondere alle loro domande, al loro interesse sulla guerra ma solo quando c’è e rispondendo alla loro precisa domanda senza inondarli di troppe parole e informazioni. Non è necessario allargare troppo l’orizzonte della risposta, ma fare comprendere con semplicità che si è disponibili a esaudire tutte le loro curiosità, facendo in modo che percepiscano questa apertura come sincera. Se avvertono reticenze, omertà, confusione nell’adulto, incrementeranno la loro ansia, se percepiscono che l’adulto mente, anche solo per tranquillizzarli, si troveranno davanti a un bivio molto spiacevole, perché dovranno decidere se credere all’adulto oppure alle loro sensazioni. Teniamo conto anche della loro ETÀ, nei bambini piccoli, oltre alla paura c’è una percezione del mondo molto globale, fanno fatica a distinguere quello che è reale da quello che è immaginario, quindi gli adulti devono tenere conto che bisogna contestualizzare quanto avviene, ancorandolo il più possibile a qualcosa di reale. Per i bambini più grandi, a partire dai 8-9 anni e poi per i ragazzi possiamo introdurre concetti più astratti e complessi spiegando loro che così come esistono il bello, il bene e la pace esistono anche il brutto, il male e la guerra. Ma rassicuriamoli, cerchiamo di spiegare loro anche cose concrete e diamo un senso pragmatico non solo a ciò che succede ma anche a ciò che potrebbe succedere: è vero che questa guerra ci sembra più vicina di altre ma viviamo comunque in un paese che la ripudia per costituzione la guerra e quindi non è poi così vicina, cerchiamo di rassicurare più che spaventare, di accogliere più che parlare, di non farci noi stessi sopraffare dal bisogno di dire e cerchiamo di stimolare la loro curiosità più che dare risposte preconfezionate e troppo “preparate”. Alimentare lo SCAMBIO, il dialogo ci permetterà di affrontare con loro anche i temi emotivamente complessi e non dimentichiamoci che prima di essere bambini sono persone, con unicità e bisogni diversi. Sono più simili a noi adulti di quanto pensiamo e come tutti noi hanno bisogno di essere ascoltati, accolti senza essere giudicati, rassicurati se hanno paura ma anche accettati qualora non si pongano le domande che ci aspettiamo da loro.
Articolo a cura di Ilaria Baldini
Psicologa e Psicoterapeuta
Per una consulenza gratuita on line scrivetele alla mail ilaria.baldini@parmakids.it


