Associazione ParmaKids

Come rendere la matematica una materia piacevole e giocosa per i bambini

Come rendere la matematica un gioco per i bambini? Bella domanda. Da sempre la parola matematica evoca sforzo, astrusità, connotazione di genere (maschile), pur essendo lei femminile. La matematica è il mostro che attende i nostri bimbi al varco, come a dire “adesso vediamo chi ce la fa” e il problema è che chi pensa di non farcela lo accetta ormai di buon grado, perché è socialmente condiviso e accettato il fatto che in matematica sono bravi solo i geni, e di solito geni maschi.

Little Mr. Smarty Pants

L’idea che una bambina e un bambino si fanno di loro stessi come bravi calcolatori, così come abili solutori di problemi, si forma a 4 anni. Già perché la nostra capacità di vedere i numeri è innata, e si allena già dai primissimi mesi di vita, quando dobbiamo stimare le piccole quantità, una memoria atavica che ci ha permesso nel passato di scegliere la direzione dove c’era più cibo, dove c’erano meno nemici. Ecco che i bimbi di 4 mesi si sorprendono se nascondiamo due orsacchiotti dietro la schiena e poi ne facciamo vedere uno. Dove è andato l’altro? Qualcosa non torna nel loro motore interiore. E se sappiamo fare questo a pochi mesi, figuriamoci negli anni a venire.

Ma allora perché la matematica è un mostro per i bambini? 

Perché probabilmente abbiamo fatto una piccola deviazione dalla strada più facile mentre insegnavamo la matematica e abbiamo finito per perderci. Abbiamo relegato la matematica ad una materia da insegnare alla scuola elementare, piano piano per gradi, pensando che fosse una cosa troppo complicata. Piaget sosteneva che solo un bambino di 7 anni potesse iniziare ad operare con i numeri. Ed è sostanzialmente su questa credenza che si è strutturata la scuola.

Invece la matematica, essendo così connaturata agli esseri umani, deve passare per i canali più vicini a noi, più riconoscibili, e al più presto possibileIniziando dalla nostra calcolatrice naturale: le mani. Una mano è una quantità discreta, il 5, che si può imparare a riconoscere senza contare, e si può usarla come una scaletta mentale, un gradino a cui appoggiarsi per aggiungere 1,2,3, senza ricontare tutto: ecco che siamo arrivati al calcolo mentale, interiorizzato.

Il valore dell’esperienza nell’apprendimento della matematica

Ma per interiorizzare bisogna prima toccare, vivere e sperimentare i numeri nel modo in cui si manifestano. A questo punto di solito i bimbi scoprono da soli che due mani “valgono” 10, introducendo anche un importantissimo concetto, quello della rappresentatività, che tornerà utilissimo nell’apprendimento delle decine e centinaia ecc… e che possiamo rinforzare inventando la scatola delle decine, perché la scatola è una, come la decina, ma contiene 10 singole cose. Questi aspetti tornano anche nel linguaggio: l’uso di parole collettive come gregge, branco, sviluppano e potenziano questa funzione rappresentativa.

Un elemento importantissimo è quello di lasciare che i bambini scoprano da soli i fatti matematici ponendo loro dei piccoli quesiti che devono essere stimoli gettati per caso: è l’apprendimento più efficace e duraturo quello che sgorga da noi stessi, e nasce da una domanda che ci siamo posti, da un problema da risolvere.

E’ interessante notare che da un progetto fatto da Silvana Poli e Adriana Molin (collaboratrici della Prof. Lucangeli), emerge che i bambini non vedevano spontaneamente i problemi come connotati negativamente, se gli adulti non li presentavano in questi termini. Possiamo parlare loro di un problema come di una scatola chiusa contenente un tesoro che richiede la nostra fantasia per essere “svelato”, non risolto. Solo usando questa terminologia, e magari affiancando visivamente e concretamente questa rappresentazione del problema, i bambini si scatenano in una infinita serie di soluzioni.

Non a caso, la competenza maggiore di cui mancano i bambini nella risoluzione dei problemi è proprio quella rappresentativa, il famoso schizzo cui la mamma o il papà mettono subito mano per capire meglio, quando aiutano i loro figli nei compiti. Tempo fa girava una vignetta su Facebook, in cui si vedeva una scatola di cartone. Alla domanda cos’è questa? L’adulto rispondeva una scatola, il bambino trovava almeno 5 risposte: una casa, un castello, un forte… Questo perché i bambini sono pieni di immaginazione e dovremmo usarla molto di più, anche per la loro felicità. Gli abili solutori di problemi sono quelli che probabilmente hanno maggiore flessibilità cognitiva, che vuol dire più elasticità, più immaginazione. Ecco allora che per parlare di quantità, di unità, di insiemi, di più numeroso, più grande, è necessario trovare i mezzi espressivi propri dell’immaginazione.

Usare simboli rimanda i bambini ad un livello superiore, quello appunto della funzione simbolica, che per esserci, proprio a livello di connessioni cerebellari, deve appoggiarsi su esperienze sensoriali, analogiche, percettive. Ed oltretutto è per loro cosa noiosa: cosa se ne fanno di 4+1, è molto più divertente fare canestro con 4 palline dentro ad una scatola e aggiungerne una per chiuderla!

La matematica nei giochi e nella vita di tutti i giorni

Via libera allora ai pallini di Bortolato, ma anche ai cerchi da cui uscire e entrare per introdurre il concetto di dentro e fuori, di inclusione ed esclusione. E alle scale, verticali, non solo orizzontali, in cui i bimbi vedono che i gradini aumentano di grandezza al pari dell’aumento di numerosità. E ai giochi in palestra, in cortile, con la palla e la corda e i sassi, per scoprire toccandole le forme geometriche che poi verranno riconosciute a 7 anni, ma sarà un riconoscimento appunto, che aggiungerà un’informazione visiva ad una conoscenza tridimensionale già avvenuta.

Leggi l’articolo di Ramona Pagnottaro dedicato ai giochi che stimolano le attitudini matematiche dei bambini!

Nei primi 3 anni di vita è attivo il meccanismo della mano-ocularità, per cui la mano tocca ed esplora e lì il bambino va a guardare. Più tardi, quando scrivono, la partita si ribalta: è l’occhio che conduce la mano. Quindi questa è una finestra importantissima per l’esplorazione. Far giocare a palla i bambini permette loro di stimare le distanze, calibrare la forza necessaria per un lancio, il tempo che ci vuole per raggiungere un canestro o un compagno: praticamente fanno della fisica!

Quando poi subentrano le funzioni rappresentative, a 7/8 anni allora i simboli scivolano dentro ai quaderni senza far rumore, perché saranno solo il titolo, l’etichetta che i bambini stessi metteranno a qualcosa che hanno già conosciuto.

La chiave, in definitiva, è SPERIMENTARE.

Ramona Pagnottaro
Psicologa degli apprendimenti

Vuoi sapere di più di Ramona Pagnottaro? Visita la sua pagina nella sezione SOS for Kids!

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